I risultati del lockdown e quelli del lassismo

Germania, Francia, Svezia, Brasile, Gran Bretagna. I buoni e cattivi esempi per l’Italia

The German chancellor, Angela Merkel, in Berlin. Photograph: Annegret Hilse/Reuters — The Guardian

In Germania i contagi sono più di 30 mila in un giorno; il 90% a causa della variante inglese. In maggioranza, sono persone tra i 15 e i 49 anni, più giovani dei contagiati delle prime due ondate. Come più giovani sono i ricoverati in rianimazione. Le terapie intensive, piene in diverse aree del paese, impongono ai pazienti il trasferimento da una regione all’altra, per trovare posto. I morti uccisi dal covid sono ormai 80 mila.

Angela Merkel aveva programmato un lockdown rinforzato per i giorni di Pasqua. Gli industriali e le destre si sono opposte, fino a scendere in piazza. Scontratasi anche con i presidenti di molti lander, la Merkel ha quindi dovuto fare retromarcia e chiedere scusa al paese, nonostante l’aumento esponenziale dei contagi, con molto timore per il mese di aprile. Oggi, l’agenzia tedesca per il controllo delle malattie chiede restrizioni drastiche, per contenere la terza ondata; i tedeschi devono ridurre i contatti tra loro, per frenare il contagio.

È elementare. Più ci muoviamo, ci avviciniamo, ci riuniamo, più il virus si diffonde. Per frenarlo, dobbiamo fare il contrario. I ricchi e i reazionari tedeschi hanno impedito che la Germania andasse oltre un lockdown parziale; hanno incoraggiato noi italiani a riaprire a breve, con i numeri appena in declino, ma ancora molto alti. Rischiamo di pagare lo stesso prezzo dei tedeschi, in modo inconsapevole, facendoci coraggio con formule vuote, studi controversi e l’arrivo della bella stagione.

Un paese indicato come esempio, per resistere a restrizioni serie, è la Francia di Macron. Che ha avuto 5 milioni e duecentomila contagi contro i 3 milioni e 800 mila dell’Italia. Si obietta: però, ha avuto meno morti. In verità, anche la Francia ha superato i centomila decessi. Di più, secondo i dati del Centro epidemiologico sulle cause di morte, basati sui certificati di morte, la cifra dei centomila è stata superata da settimane e il numero delle vittime è sottostimato. Alla fine, anche la Francia ha dovuto chiudere.

Un altro stato, suo malgrado, bandiera degli oppositori delle restrizioni è la Svezia. Un paese imparagonabile all’Italia. Come fosse la popolazione della sola Lombardia sul territorio grande una volta e mezzo quello della nostra penisola; con il welfare, il sistema sanitario e il rapporto tra cittadini e istituzioni più forti dei nostri; tante case e famiglie composte da una sola persona, il distanziamento sociale praticato da sempre. Un paese confrontabile con i suoi simili in Scandinavia. La Svezia ha avuto 14 mila morti contro i 2400 della Danimarca, gli 881 della Finlandia, i 706 della Norvegia. Per quanto imparagonabile, persino il confronto con l’Italia non è lusinghiero. I decessi italiani sono stati 1920 per un milione di abitanti, i decessi svedesi 1356; i contagiati italiani 63.356 per un milione di abitanti, i contagiati svedesi 87.940.

Un grande paese, diverso dalla Svezia, che vuol fare come la Svezia, che pure ha fatto male, ha buone probabilità di avvicinarsi al Brasile. 362 mila morti, uccisi dal virus e dal lassismo di Jair Bolsonaro. Che ha precipitato il paese in una catastrofe umanitaria, secondo la denuncia di Medici senza frontiere. Avviata sulla linea lassista, tentata dalla suggestione dell’immunità di gregge modello svedese, sembrava essere la Gran Bretagna di Boris Johnson. Che, però, oggi rivendica di aver abbassato la curva epidemica, non con i vaccini, ma con il lockdown più lungo e più duro d’Europa. L’Italia ha percorso la strada inversa. Sfortunatamente, continua a percorrerla.

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