Barbara Stiegler e il complottismo della rassicurazione

La filosofa francese critica l’imperativo di adattamento dei liberali. Ma finisce per rifiutarlo anche di fronte alla pandemia

Barbara Steigler dal tweet dell’Espresso

Secondo Barbara Stiegler, filosofa francese, i liberali assumono l’adattamento, per farci partecipare all’evoluzione. Così formano il darwinismo sociale: tutti competono, i deboli periscono. Ma, nel 1929 i liberali capiscono che l’umanità è adatta solo a società stabili e chiuse. Bisogna riadattarla alla concorrenza globale. Attraverso le pari opportunità: tutti competono, i deboli sono aiutati. Le nuove tecnologie permettono di partecipare alla competizione globale anche da casa. Gli utenti in eccesso diventano flussi di connessione. Dai pazienti dimessi quasi subito dagli ospedali, agli studenti connessi durante la pandemia. Zoom distrugge l’insegnamento come atto collettivo e interattivo; riduce la lezione «in presenza» ad una opzione; nega l’interruzione del processo pedagogico. Davanti al disastro niente si può fermare. In questa dinamica, si riadatta anche il manicheismo progressisti vs populisti, che passa dal sostenere o contrastare il sapere economico asservito alla globalizzazione, al sapere medico asservito al distanziamento sociale, che rende impraticabile la democrazia.

Questo, in sintesi, il contenuto di una intervista di Barbara Stiegler all’Espresso (28 aprile 2021), titolata: «Con la scusa del virus il potere dà scacco all’istruzione e alla democrazia». Fa parte di quel filone antagonista al neoliberismo che sotto la pandemia si lascia andare a proiezioni distopiche. Fino a bordeggiare il populismo in quel «complottismo della rassicurazione», nominato dalla stessa filosofa. Un modo di pensare che esercita più di una suggestione nel mio ambiente di riferimento; che io invece avverso, perché di ostacolo alla coscienza della necessità. La pandemia, oltre ai difetti del potere, ha mostrato i limiti del radicalismo, dell’opposizione e della critica al potere, somigliante al ribellismo degli adolescenti.

È interessante che Barbara Stiegler sia professoressa all’Università di Bordeaux-Montaigne e si riferisca alla situazione francese. I sostenitori italiani delle scuole aperte, nonostante il contagio, hanno sempre indicato la Francia come modello aperturista ed elogiato Macron, un presidente che capisce il valore civile e prioritario dell’istruzione pubblica. In effetti, la Francia ha chiuso le scuole solo ad aprile, quando è stata travolta dalla variante inglese. Ma nel tempo in cui le ha tenute aperte, le scuole sono state decimate dalle quarantene di classi e istituti. Il virus non riconosce il valore dell’istruzione; se il potere non riconosce il virus, il contagio dilaga. Cosa significa, nel contagio, elogiare lo scambio in presenza tra studenti e insegnanti? È come elogiare il nutrimento della dieta completa di carboidrati, proteine e vitamine, in presenza della gastroenterite, supponendo che il potere voglia farci mangiare solo pastina in brodo e riso in bianco.

Barbara Steigler dal tweet di Anna Bonalume

Durante la pandemia, riunioni telematiche si svolgono a ogni livello. Anche se meno agevoli delle riunioni in presenza, non credo annullino la dimensione collettiva. Non è questa la mia esperienza. Può succede che il mezzo telematico sia incolpato di problemi antichi, che forse si aggravano quando dobbiamo ancora imparare a usare il nuovo mezzo. Che la scuola si riduca a nozionismo, autoritarismo, ossessione per il voto, lo abbiamo già sentito dire. La critica al potere che non vuole fermarsi di fronte al disastro è sensata, ma allora cosa è giusto fare? Pare che la filosofa voglia fermare le cose cattive, la globalizzazione e il commercio, e far procedere le cose buone, l’istruzione e la democrazia. Poiché il virus non distingue, penso invece sia giusto fermare tutto, tranne il necessario per la sopravvivenza. I paesi orientali che hanno fatto così, sono tornati a vivere.

Il principio di adattamento ha senso contestarlo in rapporto alla politica, all’economia, a qualsiasi attività umana. Possiamo confliggere con la rivoluzione agricola, industriale, informatica. Teorizzare o praticare altri modi di vivere. Ma di fronte a un fenomeno biologico, anche se provocato dalle attività umane, il rifiuto di adattarsi è un suicidio. Contestiamo l’industria e l’inquinamento, perché non vogliamo lo sfruttamento e il surriscaldamento del pianeta. Ma quando la temperatura aumenta, i ghiacciai si sciolgono, il livello del mare sale, gli abitanti delle coste non devono resistere. Devono ritirarsi, altrimenti annegano. Sarebbe assurdo rappresentare alluvioni e desertificazioni come una scusa per sgomberare popolazioni, anche se esistessero governi che hanno pianificato lo sgombero. Rifiutare di adattarsi alla biologia significa davvero far perire i vulnerabili, come infatti succede a causa del nostro scarso adattamento alla pandemia.

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